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Sergio Rebecca, presidente di Confcommercio Vicenza
Sergio Rebecca, presidente di Confcommercio Vicenza
venerdì 18 gennaio 2013

IL PROFONDO LEGAME TRA CITTA’ E COMMERCIO

Rebecca, presidente di Confcommercio Vicenza: "Una connessione che contribuisce a tessere e a mantenere la fitta trama delle relazioni sociali".

La conoscenza spesso comporta coscienza e responsabilità. Gli amministratori pubblici che ancora oggi si ostinano a favorire l’insediamento di grandi strutture di vendita nelle periferie, dovrebbero essere pienamente consapevoli dei danni provocati ai centri storici delle città e dei nostri paesi. Se così non fosse, allora dovrebbero tornare con urgenza sui banchi di scuola per una lezione di storia, perché è oramai non più rinviabile, non solo a livello regionale ma anche e soprattutto nazionale, un radicale cambio dei principi che stanno alla base delle attuali normative urbanistiche e commerciali. Principi che dovrebbero mettere al centro, nuovamente, lo spazio sociale ed economico delle città e con esso il fondamentale ruolo del commercio.
Vi è, infatti, un antico legame tra “attività di mercato” e “agglomerati urbani” che non si basa solo su aspetti economici: questa connessione contribuisce, infatti, a tessere la fitta trama delle relazioni sociali che vivifica i nostri centri e sta alla base della ricchezza culturale di una città. Non a caso, nelle poleis greche lo spazio di riunione per eccellenza, l’agorà, era in prima battuta un luogo di mercato.
Quando dunque ripetiamo, ormai quasi come un mantra, che preservare il commercio equivale anche a preservare le città, e ribadiamo il fondamentale ruolo che i negozi e i pubblici esercizi rivestono per la qualità di vita dei cittadini, non stiamo recitando un dogma di fede sindacale: stiamo semplicemente affermando una verità storica, che nemmeno questi tempi moderni sono riusciti a smentire.
Nell’epoca dei grandi centri commerciali di periferia e delle cittadelle artificiali dello shopping, che hanno indebolito non poco la struttura distributiva delle città, assistiamo, infatti, con preoccupazione, all’impoverimento commerciale dei centri urbani, e ciò va  di pari passo con quella che possiamo chiamare “desertificazione sociale”. Vie e piazze dove si affacciano saracinesche abbassate, quartieri dormitorio, paesi spogliati dai negozi si trasformano in “non luoghi”, dove le naturali relazioni tra cittadini non trovano spazi e occasioni per instaurarsi e dove allo spegnersi delle luci delle vetrine corrisponde l’accendersi dei fenomeni di incuria e di microcriminalità.
Mi chiedo: vogliamo continuare ancora su questa strada con altre colate di cemento per replicare centri commerciali uno uguale all’altro di cui nessuno (a parte chi aspira all’affare) sente la necessità? Sembrerebbe di no, almeno nelle dichiarazioni dei nostri amministratori; volontà, però, spesse contraddette dalle successive azioni. Oggi, infatti, pare si voglia usare un metodo più raffinato, ma non meno pericoloso, per accontentare certi appetiti immobiliari, più che commerciali. Si punta al “recupero delle aree industriali dismesse” nelle zone extra urbane, con quell’uso sottile dei termini che vuol far passare un vantaggio di pochi (i proprietari di quei capannoni e di quei terreni) come un beneficio per la collettività. E così facendo si facilita, ancora una volta, l’insediarsi di centri di attrazione periferici, con il rischio che, alla fine, saranno le città, i quartieri, i paesi a diventare “aree dismesse”.
Non penso che i cittadini, ai quali gli amministratori devono rispondere, vogliano tutto questo. Un tempo lo sviluppo della grande distribuzione è stata giustificata come un tributo, in parte dovuto, all’ammodernamento del nostro Paese. Oggi siamo generalmente d’accordo sul fatto che la modernità di una città si misura dal “buon vivere” che viene garantito ai suoi abitanti. Questo indice è direttamente proporzionale alle funzioni di cui la città dispone, tra le quali un ruolo essenziale lo riveste proprio il commercio tradizionale, quello di prossimità che solo i negozi di vicinato riescono ad offrire.
Ne consegue che dalla consapevolezza dell’intrinseco rapporto di causa-effetto tra qualità dell’offerta distributiva e qualità di vita delle città, deve discendere un unico imperativo per un buon amministratore:  una pianificazione urbanistico-commerciale in grado di preservare e sostenere i negozi insediati nei contesti urbani, tenendo sotto controllo, da un punto di vista qualititativo e quantitativo, le grandi strutture di vendita periferiche.
Questa è la direzione che dobbiamo prendere per progettare lo sviluppo del nostro territorio e non, sia chiaro, con il solo intento di tutelare gli operatori economici del terziario di mercato (che pur garantiscono occupazione e ricchezza e dunque meritano rispetto), ma prima di tutto per evitare la cancellazione dell’identità stessa delle nostre città, che, una volta persa, nessun centro commerciale ci può restituire.
Non aspettiamo che sia tardi per intervenire con coscienza. Troppo spesso ci siamo accorti dei mali quando oramai erano inevitabili. Se si vogliono elevare gli standard qualitativi  delle nostre città è tempo di porre al centro del dibattito politico e sociale un principio imprescindibile:  la riqualificazione dei centri urbani e la rivitalizzazione del commercio di prossimità altro non sono che le due facce della stessa medaglia. Continuare a non vedere tale connessione vorrebbe dire ipotecare il futuro di centri urbani, quartieri e paesi, destinandoli ad un inesorabile declino, perdendo così un patrimonio che è da sempre parte fondamentale della nostra storia.

Sergio Rebecca

Presidente provinciale Confcommercio Vicenza

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