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Mons. Beniamino Pizziol, Vescovo di Vicenza
Mons. Beniamino Pizziol, Vescovo di Vicenza
martedì 23 aprile 2013

"NIENTE DEVE DIVENTARE UN TEMPO UNICO"

Crisi, lavoro domenicale e futuro: intervista a Mons. Beniamino Pizziol, Vescovo di Vicenza

L’impegno pastorale di Mons. Beniamino Pizziol, vescovo della diocesi di Vicenza dal 16 aprile 2011, è caratterizzato dall’ascolto e dal dialogo con le istituzioni, le associazioni, le persone. Nei due anni ormai di lavoro a Vicenza, il Vescovo ha incontrato moltissimi rappresentanti del mondo dell’associazionismo, quali portatori diretti dei tanti aspetti della realtà quotidiana, accogliendo le loro indicazioni. Anche    la  dirigenza di Confcommercio Vicenza ha avuto modo di dialogare più volte con il Vescovo, ed è proprio in una di queste occasioni che Mons. Pizziol ha accolto la richiesta di rispondere ad alcune domande per il nostro giornale. 


Mons., il periodo è difficile a causa della crisi, delle tante incertezze sul lavoro, della mancanza di prospettive per i giovani. In questo contesto di smarrimento, cosa non si deve perdere di vista?
Paradossalmente mi viene da dire che è proprio lo smarrimento che non dobbiamo perdere di vista. Perché lo smarrimento costringe a rifare la mappa del viaggio, a guardare meglio “dove” effettivamente siamo. C’è un interessante sociologo polacco (Bauman) che da tanto tempo usa nei titoli dei suoi libri una parola significativa, ed è la parola “liquido” (l’ha usata anche papa Benedetto a Venezia nell’incontro con il mondo della cultura e dell’economia). Uno degli ultimi scritti è intitolato Paura liquida. E intende quello strano effetto che la paura oggi fa sulla nostra vita: è liquida nel senso che non si solidifica mai, si infiltra dappertutto, è devastante come un’alluvione. Abbiamo paura e non sappiamo nemmeno di cosa abbiamo paura perché abbiamo paura di tutto. Se desideriamo la premessa di un cammino e di una direzione, questa premessa è dare il nome al disorientamento. Ricordo un passaggio forte di Bauman: «la comprensione nasce dalla capacità di gestire, e quello che siamo in grado di gestire ci è “ignoto”, e l’ignoto ci fa paura. La paura è un altro nome che diamo al nostro essere senza difese». Se conosciamo meglio la geografia del nostro disorientamento i problemi potranno forse avere un punto più solido per gestirli.

La società moderna impone ritmi diversi dal passato e le aperture domenicali permettono di fare acquisti anche il giorno di festa. Secondo Lei questa è una conquista?
Sui ritmi della vita delle persone il discorso potrebbe essere molto ampio. Dovremmo avere a disposizione anche più tempo per la distensione e per il riposo, mentre siamo come una macchina lanciata in una corsa folle, senza che qualcuno sappia bene dove sta il freno. L’apertura domenicale dei luoghi per gli acquisti è uno dei segnali, forse nemmeno il più preoccupante, di una corsa abbastanza incosciente verso il tempo sempre uguale. Tutti i giorni diventano lavorativi, l’acquisto non è più confinato in un tempo limitato, il comperare è un tempo continuo e continuato. In questi tempi la pioggia abbondante, e l’acqua è un bene importantissimo, rischia di inzuppare il terreno. Ci vuole il sole, e il caldo. Nessuno si augura che la pioggia diventi un tempo pieno, finirebbe il tempo della crescita, non ci sarebbe il tempo della maturazione, marcirebbe ogni raccolto prima ancora di spuntare. Credo sia così anche per il tempo del vivere: niente deve diventare un tempo unico.

La domenica per molti è però diventato un giorno lavorativo come tutti gli altri. Come si dovrebbe agire per recuperarne il significato?
Recuperare il significato della domenica è una questione certamente sociale ed economica, ma prima di tutto è un segno svuotato dal proprio carattere spirituale e religioso. Celebrare la domenica non è solo non lavorare. È celebrare la festa. E la festa è molto più del lavoro, perché la festa accomuna, mette insieme, raccoglie in una comunità che è tale proprio grazie alla festa. Nel nostro contesto culturale, la festa della comunità è divenuta sagra (“sacra”) tanto quanto il tempo offerto a Dio nella liturgia. La domenica è un’esperienza del tempo diversa da quella dei rapporti conflittuali, e diversa anche dal supplemento di evasione o dal vuoto della noia. La festa è il tempo fermato, l’arresto del calcolo in cui ciascuno dovrebbe uscire salvato nella propria soggettività, perché nessuno di noi coincide con alcun lavoro, non si può fissare in alcuna posizione o ruolo. C’è un significato della domenica molto profondo per il credente, che è il fermarsi comune, il fermarsi davanti a Dio che dice a tutti la comune parola, che offre il comune corpo del Figlio, che raccoglie nella comune casa di pietra. Dalla domenica è venuta la “vacanza” (che vuole dire vuoto), che è stato un vuoto riempito di Dio e da Dio. Ma ora la domenica è “vacanza” da Dio, riempita con dell’altro. In molti chiedono che siano le parrocchie a difendere la domenica, tanti – come le domande che mi state ponendo – chiedono le ragioni del riposo ai vescovi, ai preti … ma ho come la sensazione che si chieda di riempire d’acqua la brocca quando c’è tutta una cultura che ha forato il recipiente. Più che della domenica dovremo a volte parlare anche di tutto ciò che l’ha riempita svuotandola del suo senso.

Sono le donne ad avanzare le proteste maggiori contro i turni domenicali, perché è difficile conciliare  lavoro e famiglia, rinunciando a stare con i figli, i propri cari. Quale futuro ha una società che non tiene conto di esigenze di vita familiare così basilari?

I turni domenicali di lavoro mi ricordano l’antico comandamento ebraico sul sabato. «Sei giorni lavorerai, il settimo ti riposerai». Per secoli, questo dono della saggezza ebraica, è stato un monito rivolto alle persone. La comunità lo aveva recepito. Oggi ci troviamo a conciliare il lavoro con un ritmo che non è più deciso da se stessi, che non è più protetto da un riposo comune. È la società che non ha più molto in comune, già adesso. Ma se continuiamo a leggere il comandamento sul sabato nella Bibbia, troviamo anche «Non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava … neppure il tuo bestiame, né lo straniero che è nella tua città». Il comandamento era dato al padrone, a colui che non poteva “pretendere” il lavoro tutti i giorni. Il padrone doveva lasciar respirare con regolarità, non quando voleva o quando gli conveniva. Ogni settimo giorno. E la motivazione è sorprendente: dovrai assicurare il sabato a tutti «perché si riposino come te». Un giorno regolare in cui tutti sono uguali, nella misura in cui beneficiamo tutti del medesimo riposo, nel medesimo giorno, perché ci si possa incontrare in una medesima dignità. Forse noi cristiani abbiamo insistito molto nella santificazione delle feste, e rischiamo di aver perduto questo tratto doveroso e umano del comandamento.

Nei  centri storici e  quartieri, complici la crisi e la grande concorrenza delle grandi strutture di vendita, si assiste ad una lenta moria di negozi e attività. Eccellenza, crede si stia perdendo qualcosa di importante, considerato il ruolo aggregante da sempre riconosciuto al commercio?

Su questo aspetto non credo di aver molto da dire, perché il problema è quello più ampio dei monopoli, delle grandi proprietà, del legame tra produzione e consumo per restringere i costi e ridurre i prezzi. In realtà la grandezza delle strutture ha gonfiato la grandezza dei consumi, anche inutili, e in realtà già sul piano del risparmio sui prezzi non ci accorgiamo di spendere molto di più forse in prodotti inutili.

Una questione che il comparto del Terziario sta affrontando con non poche difficoltà è quella del ricambio generazionale: non sempre i più vecchi sono disposti a lasciare il posto alle giovani leve e i giovani, a loro volta, sono restii a continuare il lavoro dei loro padri. Come si possono conciliare le esigenze?   
Questo è un tema che potremmo definire di giustizia generazionale. La dottrina sociale cristiana, quell’ambito di riflessioni, di criteri di giudizi e di prospettive di azione (come la definì Paolo VI), è come un edificio piantato su quattro pilastri: il pilastro fondamentale è la persona umana, poi c’è il pilastro del “bene comune” e due pilastri che si integrano a vicenda, cioè la sussidiarietà e la solidarietà. Il bene comune – lo dice Benedetto XVI nell’ultima enciclica sociale del 2009 – è da considerare non solo in prospettiva presente, come tra “contemporanei”, ma è un bene che implica una “opzione preferenziale per i posteri”. C’è un’efficienza che non tiene conto per nulla della durata, le generazioni divengono in tanto modi il luogo della produzione e contemporaneamente del consumo, l’inizio dello sviluppo e la sua fine, un circolo stretto che chiude il progettare, il fare, l’utilizzare e l’abusare nella propria individualità. Manca, quasi fisicamente, la prospettiva di un dopo di sé. E in questa antropologia senza futuro sono generati i figli. Vittime e complici della paralisi dello sviluppo. Purtroppo c’è già una conciliazione “mentale” molto povera che pensa “il mio futuro” come “il futuro di me stesso”. Ci vorrebbe una sapienza in grado di rompere questa povertà di futuro, che cristianamente è povertà di trascendenza e di Trascendente. La nostra azione pastorale è da pensare anche in questa direzione, la riscoperta di un orizzonte oltre e altro come parte della fede, non addormenta i popoli (come l’oppio di Marx) ma libera la speranza (come la pietra rotolata dal sepolcro del Risorto).

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