CONFCOMMERCIO: "NESSUN ALLARMISMO, MA LA GUERRA NON PUÒ DIVENTARE PRETESTO PER FARE CASSA”
Di fronte ai recenti rincari della benzina e del gasolio legati alla crisi in Medio Oriente, Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, ha osservato che l'aumento dei prezzi non deve diventare una forma di speculazione "anche perché, se il prodotto c’è e le riserve tengono, eventuali aumenti incontrollati dei prezzi, in particolare per il gasolio, non hanno alcuna giustificazione. Nessun allarmismo, quindi, ma la guerra in Iran non può e non deve diventare un pretesto per fare cassa”.
“Pur in un quadro di grave tensione in Medio Oriente – ha proseguito Russo – è fondamentale mantenere un approccio improntato a equilibrio e responsabilità. In presenza di condizioni di approvvigionamento regolari e di un quadro che, allo stato, non presenta elementi tali da compromettere la disponibilità del prodotto, non vi sono ragioni per alimentare aumenti dei prezzi non coerenti con l’andamento reale del mercato”.
“Serve una linea chiara da parte delle istituzioni. Per questo abbiamo chiesto al Governo di intervenire per evitare che il clima di incertezza internazionale si traduca in tensioni speculative che finirebbero per gravare sulle imprese – in particolare quelle del trasporto e della logistica – e, più in generale, sull’intero sistema economico. È evidente che qualora il quadro di crisi dovesse protrarsi – ha concluso il vicepresidente di Confcommercio – sarà opportuno valutare interventi mirati, come fatto durante la crisi energetica nel 2022, a sostegno dei comparti maggiormente esposti, come le attività legate alla mobilità delle merci e delle persone, oltre alle filiere logistiche e distributive, che rappresentano un’infrastruttura essenziale per il Paese.”
Figisc: "La speculazione sui prezzi? Sta nei mercati finanziari internazionali"
La Figisc-Confcommercio interviene nel dibattito sul caro carburanti, tornato al centro della discussione pubblica negli ultimi giorni tra accuse di speculazioni e ricostruzioni ritenute fuorvianti dall’associazione dei gestori. In una nota, l’organizzazione prova a fare chiarezza su alcuni dei temi più citati nel confronto mediatico, a partire da quello delle riserve petrolifere. Una delle questioni su cui, secondo Figisc, “in questi giorni sono state imbastite teorie sulla speculazione” riguarda infatti le riserve petrolifere, ovvero il petrolio disponibile ma non acquistato immediatamente sul mercato. Tuttavia, ricorda l’associazione, le scorte – la cui entità è stabilita dal Decreto del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica 9 maggio 2025 – "hanno una finalità completamente diversa: garantire la sicurezza degli approvvigionamenti ed evitare blocchi della mobilità in caso di crisi".
Un principio chiarito anche dalla Direttiva 2009/119/CE del 14 settembre 2009, che stabilisce il quadro europeo delle scorte obbligatorie. Il testo è esplicito: “Affinché gli Stati membri possano reagire con rapidità a casi di particolare urgenza o a crisi locali potrebbe essere opportuno consentire loro di usare parte delle loro scorte in tali situazioni. Non rientrerebbero in tali casi di urgenza o crisi locali situazioni derivanti dall’andamento del prezzo del petrolio greggio e dei prodotti petroliferi”.
Secondo Figisc, dunque, l’idea che le scorte possano essere utilizzate per contrastare gli aumenti dei prezzi è fuorviante anche per ragioni tecniche legate alla filiera energetica. “Il petrolio non va nel serbatoio”, osserva l’associazione: il greggio acquistato in un momento X deve essere raffinato e trasformato in carburante in un momento successivo Y. In questo intervallo di tempo entrano in gioco la volatilità dei prezzi – sia al rialzo sia al ribasso – e i costi di raffinazione. Proprio per proteggersi da queste oscillazioni, spiegano i gestori, le raffinerie utilizzano strumenti finanziari specifici come il cosiddetto crack spread".
Da qui la conclusione della nota: le ipotesi di speculazione, se davvero si vogliono individuare i responsabili, dovrebbero guardare molto più a monte del mercato nazionale. “Le teorie sulla speculazione – sottolinea Figisc – farebbero bene a puntare il dito verso gli speculatori a monte del mercato nostrano, ossia verso il lucro dei ‘premi di rischio’ incassati sul mercato cartaceo dei futures del greggio e dei prodotti raffinati nello scenario internazionale a ogni segnale di crisi”.
Secondo l’associazione, ciò che poi si riversa sui mercati locali e lungo tutta la filiera distributiva “non è altro che l’impatto di tali speculazioni”. Per questo, individuare i responsabili nei petrolieri italiani o nei gestori delle stazioni di servizio “furbetti” sarebbe “non solo totalmente fuorviante, ma anche disinformante”, alimentando una sorta di “caccia alle streghe nostrane”. Un’accusa che, secondo Figisc, ignora il fatto che “le vere streghe sono a livelli sui quali governi, Guardia di finanza, Mister Prezzi, associazioni dei consumatori e gestori non influiscono minimamente”. A rendere lo scenario ancora più complesso contribuiscono diversi fattori geopolitici ed energetici: l’incertezza sulla durata della guerra, le possibili restrizioni alla libera circolazione dei prodotti petroliferi – come nel caso dello Stretto di Hormuz – e la dipendenza dell’Italia da raffinerie estere.
“Se questo shock dovesse peggiorare e protrarsi nel tempo – conclude Figisc – è difficile pensare di ricorrere a strumenti come la sterilizzazione dell’Iva”. Secondo l’associazione servirebbero misure molto più incisive, “come la riduzione delle accise, sul modello di quanto avvenuto nel 2022, pur consapevoli dell’impatto che scelte di questo tipo avrebbero sugli equilibri della finanza pubblica, in un contesto già appesantito anche dai costi di gas ed elettricità".
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