Un'immagine della conferenza stampa durante la quale è stato presentato il rapporto Fipe
I pubblici esercizi si confermano campioni della prossimità in Italia, garantendo non solo un servizio essenziale, ma anche un presidio vitale di relazioni sociali e sicurezza sul territorio. Su 7.900 comuni italiani, soltanto 162, pari ad appena il 2% del totale, risultano oggi privi di almeno un bar o un ristorante, delineando una rete capillare che conta oltre 262 mila imprese attive con una densità pari ad un esercizio ogni 182 abitanti. È questa la fotografia scattata dall’indagine “Pubblici esercizi e movida. La demografia d’impresa nei centri storici”, realizzata da FIPE-Confcommercio in collaborazione con il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne, e presentata martedì 16 giugno a Roma. I dati illustrati nel corso dell’incontro hanno evidenziato come il settore abbia ormai smesso di espandersi, registrando una flessione del 3,7% rispetto al 2015, con una perdita netta che sfiora le 10.000 imprese a livello nazionale.
Emergono le difficoltà del bar che in dieci anni calano di 22.300 unità in tutta Italia diminuzione da attribuirsi principalmente alla trasformazione di bar in ristoranti, più che ad una vera e propria chiusura di attività. La mappa del Paese si presenta inoltre profondamente spaccata dal punto di vista geografico: se molte città del Centro e del Nord guidano la classifica delle chiusure, con Trieste che ha registrato la flessione maggiore perdendo 172 attività (-16%), seguita da Pisa (-114 imprese, -14,6%), Pesaro (-92, -18,3%) e Ancona (-78, -17%), bar, ristoranti, take away e gelaterie/pasticcerie hanno continuato invece a crescere in modo significativo in diverse piazze del Mezzogiorno. In testa alla classifica per saldo positivo si è posizionata Napoli, con un boom di 704 nuove attività (+19,7%), seguita da Palermo (+163 imprese, +8,7%), Bari (+76, +5,8%) e Taranto (+71, +10,6%), a confermare che la ristorazione resta un’efficace modalità di autoimpiego in alcune zone del Paese, dove l’occupazione è più problematica.
Il focus dell’indagine riguarda l’evoluzione del settore nei centri storici delle grandi e medie città, dove si rilevano profili che impongono attenzione. In queste aree le dinamiche del mercato hanno spesso portato ad un’eccessiva concentrazione dell’offerta e allo sviluppo di forme di ristorazione più informali che fanno dell’assenza di servizio, di personale e di spazi ridotti all’osso il punto di forze del business. Il risultato sta nella crescita di rilevanti esternalità negative in termini di pressione antropica, rumore, rifiuti,
Spinte da affitti ormai insostenibili e da costi di gestione sproporzionati (come la Tari calcolata su parametri poco rappresentativi), molte attività si sono trasformate in locali di metratura ridotta senza servizio e con poco personale. Questa proliferazione di take away, orientati in moltissimi casi a forme di vendita aggressive e focalizzati principalmente sull’offerta di bevande alcoliche per tenere i prezzi bassi, produce pesanti esternalità negative. L’abuso di alcol, il rumore e il degrado urbano danno vita a forme di malamovida che penalizzano cittadini e imprenditori.
“Le dinamiche in atto nei nostri centri storici richiedono un governo attento e una visione strategica, non semplici interventi tampone, con ordinanze che si limitano solo ad introdurre nuovi divieti”, ha dichiarato Lino Enrico Stoppani, Presidente di FIPE-Confcommercio. “Infatti, affrontare le criticità legate alla malamovida esclusivamente attraverso ordinanze restrittive sugli orari e sulle modalità di svolgimento dell’attività significa colpire le imprese sane, senza risolvere il problema alla radice. Va invece ripresa la capacità di governare il territorio e lo sviluppo ordinato delle attività commerciali soprattutto nelle aree critiche delle nostre città, limitando la proliferazione indiscriminata di format che dequalificano la vocazione dei centri storici. Programmare questa attività preventiva oggi è possibile grazie a strumenti normativi attenti alla sostenibilità ambientale, sociale e alla mobilità urbana, oltre che alla tutela e salvaguardia delle zone di pregio artistico, architettonico e monumentale delle città. Per questo chiediamo alle amministrazioni locali di tornare ad esercitare una vera funzione di governo del territorio limitando l’apertura di nuove attività in aree già critiche e contrastando tutte le forme di dumping commerciale che oggi non sono dannose solo per i pubblici esercizi, ma per la vivibilità stessa delle città. Lasciare libertà di accesso indiscriminato salvo poi intervenire con ordinanze che limitano lo svolgimento dell’attività è un rimedio peggiore del male”.
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