INTELLIGENZA ARTIFICIALE? LA VERA SFIDA SONO LE COMPETENZE
L’intelligenza artificiale entra sempre più nelle imprese italiane, ma la tecnologia, da sola, non basta a rispondere alle sfide del mercato del lavoro. È quanto emerge dalla ricerca “Match Point. Colmare il divario tra competenze, demografia ed AI. Quali priorità per i CEO italiani”, promossa da UN Global Compact Network Italia in collaborazione con The European House – Ambrosetti e presentata nell’ambito dell’XI edizione del Business & SDGs High-Level Meeting, che ha riunito a Milano CEO, rappresentanti delle istituzioni ed esperti per discutere le interconnessioni tra cambiamento demografico, trasformazione delle competenze e intelligenza artificiale.
Lo studio, basato su una survey che ha coinvolto 100 imprese e su interviste a 19 CEO e presidenti, analizza le priorità con cui le aziende italiane sono chiamate a confrontarsi per preservare la competitività in un contesto di progressiva riduzione della forza lavoro e accelerazione tecnologica.
I numeri mostrano la portata del cambiamento. Nel 2025, tra le imprese italiane con almeno dieci addetti, la quota che utilizza almeno una tecnologia di intelligenza artificiale ha raggiunto il 16,4%, il doppio rispetto all’8,2% del 2024. Il dato resta però inferiore alla media europea, pari al 20%, e nasconde differenze significative in base alle dimensioni aziendali: l’IA è utilizzata dal 53,1% delle imprese con oltre 250 addetti, ma soltanto dal 15,7% di quelle con 10-49 addetti.
La crescita dell’adozione non coincide, tuttavia, con una trasformazione profonda del lavoro. Solo una quota ridotta di imprese ha integrato pienamente l’intelligenza artificiale nei propri processi, mentre molte organizzazioni non hanno ancora ripensato ruoli, attività e modalità operative. Il punto, quindi, non è soltanto introdurre nuovi strumenti, ma capire come utilizzarli per generare risultati concreti.
L’IA può aiutare, ma non risolve da sola la carenza di personale
La questione tecnologica si intreccia con una difficoltà sempre più evidente per le imprese italiane: reperire le persone con le competenze necessarie. Secondo la ricerca Match Point, nel primo semestre del 2026 il 44,8% delle assunzioni programmate risulta di difficile reperimento. Per coprire una posizione servono in media 4,7 mesi, mentre la difficoltà sale al 61,8% per gli operai specializzati.
In questo scenario, l’intelligenza artificiale può contribuire a compensare la riduzione della forza lavoro, consentendo di svolgere più attività con le risorse disponibili, automatizzare alcune operazioni e liberare tempo da destinare a compiti di maggior valore. Non è però una soluzione automatica alla carenza di personale: i benefici dipendono dal tipo di attività, dalle competenze presenti in azienda e dalla capacità di riprogettare l’organizzazione.
La ricerca evidenzia che l’impatto dell’IA sui fabbisogni occupazionali non è uniforme. Per una parte delle imprese la tecnologia permette di ampliare ciò che le persone riescono a fare, mentre per altre non ha ancora prodotto cambiamenti significativi nel fabbisogno complessivo di personale. Il suo contributo va quindi valutato non soltanto in termini di automazione, ma anche di supporto al lavoro umano, qualità delle attività e produttività.
Resta inoltre il rischio che la diffusione dell’IA allarghi il divario tra le competenze richieste dalle aziende e quelle disponibili sul mercato. Tra maggio 2025 e febbraio 2026, secondo lo studio, la distanza tra la quota di annunci di lavoro che richiedono competenze digitali avanzate e la quota di forza lavoro che le possiede è passata dal 14,6% al 18,6%.
La priorità è investire nelle persone
Per trasformare l’intelligenza artificiale in un vantaggio competitivo, le imprese devono, secondo quanto emerge dalla ricerca, accompagnare l’innovazione con la formazione. Non basta mettere a disposizione nuovi strumenti: occorre aiutare i lavoratori a utilizzarli, aggiornare le competenze e preparare le persone a mansioni che cambiano insieme alla tecnologia.
I dati mostrano che l’impegno delle aziende è ancora disomogeneo. Il 38% coinvolge oltre il 30% dei dipendenti in iniziative di aggiornamento e riqualificazione professionale, comprese le attività di alfabetizzazione all’IA; il 27% coinvolge meno del 10% del personale e il 13% quasi nessuno.
La formazione riguarda anche i lavoratori più esperti. In una fase in cui la vita lavorativa si allunga e il ricambio generazionale diventa più difficile, valorizzare il capitale umano già presente significa aggiornare le competenze, favorire lo scambio di conoscenze tra generazioni e preservare il patrimonio di esperienza accumulato nelle imprese. Il longevity management diventa così una leva per sostenere produttività e innovazione, evitando che l’invecchiamento della forza lavoro si traduca in un progressivo disallineamento professionale.
Parallelamente, diventa essenziale costruire nuovi percorsi di ingresso nel mondo del lavoro, rafforzando il dialogo con scuole, università e sistema formativo. Le competenze necessarie non possono essere reperite soltanto sul mercato: devono essere sviluppate nel tempo, in relazione ai cambiamenti tecnologici e alle esigenze effettive delle aziende.
Demografia, competenze e tecnologia: una sola sfida
La difficoltà di trovare personale si inserisce in una trasformazione demografica strutturale. L’inverno demografico italiano restringe progressivamente il bacino di persone in età lavorativa e aumenta la pressione sulle imprese. La ricerca segnala inoltre che tra il 2011 e il 2024 l’Italia ha registrato un saldo migratorio negativo di 441.000 giovani tra i 18 e i 34 anni, il 93% dei quali laureati.
In questo contesto, la capacità di attrarre e trattenere talenti diventa decisiva. Qualità del lavoro, flessibilità, benessere organizzativo e politiche di conciliazione tra vita professionale e personale possono contribuire a rendere le imprese più attrattive. Anche favorire la partecipazione femminile al mercato del lavoro e valorizzare le competenze dei giovani rappresenta un’opportunità per ampliare il bacino di risorse a disposizione del sistema produttivo.
Eppure, la pianificazione resta un punto debole. Secondo lo studio, solo il 23% delle imprese dispone di un coordinamento strutturato tra le strategie relative a demografia, competenze e intelligenza artificiale. Il 44% si trova ad affrontare contemporaneamente il declino demografico e il disallineamento delle competenze senza aver ancora investito in modo adeguato per rispondere a entrambe le criticità.
In questo senso, l’intelligenza artificiale può aiutare le imprese a utilizzare meglio le risorse disponibili, ma richiede investimenti, competenze e scelte organizzative. La sfida non è soltanto adottare una tecnologia, bensì integrarla nei processi, misurarne i risultati e accompagnare le persone nel cambiamento.
Per le imprese italiane, soprattutto per quelle di minori dimensioni, il percorso passa quindi dalla capacità di collegare innovazione e capitale umano. L’IA può ampliare le possibilità del lavoro, ma sono le competenze delle persone e la capacità di governare la trasformazione a determinarne il valore concreto.
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