BOTTEGHE DI ALIMENTARI: DIMINUISCONO, MA SONO UN PUNTO DI RIFERIMENTO PER LA QUALITÀ DEI PRODOTTI
Come stanno cambiando le abitudini alimentari degli italiani e come possono i negozi di vicinato adattare la propria offerta e il proprio modello di business per rimanere competitivi? A partire da questo interrogativo, FIDA Veneto – l'Associazione dei commercianti al dettaglio di generi alimentari – Confcommercio, ha organizzato a Mestre (Ve), il workshop “La bottega del futuro: come cambiano i consumi, come evolve il negozio”. All’evento hanno partecipato i presidenti provinciali, consiglieri e funzionari di Confcommercio e i rappresentanti di Format Research che ha curato la ricerca di settore sui nuovi trend di consumo tra salute, gusto e disinformazione.
L’obiettivo del workshop era analizzare l'impatto delle nuove tendenze sui punti vendita e definire strategie associative a supporto della rete distributiva locale. Pierluigi Ascani di Format Research, illustrando i numeri della ricerca, ha evidenziato il trend di progressiva diminuzione del numero di imprese del dettaglio alimentare in Italia: erano 154.944 nel 2012, oggi sono 123.383. Tuttavia, il settore nello stesso periodo ha registrato un aumento degli addetti, sintomo di una progressiva evoluzione del verso strutture distributive mediamente più organizzate e con maggiore capacità occupazionale.
La ricerca ha messo, quindi, in luce alcune dinamiche legate alla società e ai comportamenti dei consumatori, ad iniziare dal calo demografico e invecchiamento della popolazione; inoltre, le famiglie si confermano molto prudenti negli acquisti, fanno meno scorte e meno sprechi rispetto al passato, e mentre i consumatori più vecchi hanno una capacità di spesa maggiore, sono i giovani a indicare i trend di sviluppo. Continua anche la frammentazione della spesa: carrelli più piccoli, acquisti più frequenti e fedeltà in calo, meno acquisti di prodotti non necessari, sostituzione di beni solo quando indispensabile, forte orientamento verso le formule più convenienti (su tutti discount & drugstore).
Il prezzo resta il fattore decisivo nelle scelte d’acquisto (60,4%), che batte in classifica le promozioni e offerte (54,7%) e la qualità degli ingredienti (46%).
Il gusto, invece, è il principale driver delle scelte alimentari (59%), seguito da salute e benessere (51%), evidenziando un equilibrio tra piacere e attenzione salutistica.
È quasi universalmente condivisa l’idea che la salute dipenda in buona parte dall’alimentazione, ma in questo l’età fa la differenza: se gli under 35 si orientano maggiormente verso prodotti ad alto contenuto proteico, cibi funzionali e canali digitali, al contrario, gli over 35 restano fortemente ancorati alla dieta mediterranea (84%) e ai prodotti semplici e naturali. Gli italiani si dividono tra chi attribuisce le scelte salutistiche a mode e tendenze (36%), chi le riconduce a evidenze scientifiche (33%) e, in terza battuta, chi le lega alla tradizione familiare (24%). Restano marginali le motivazioni etiche (5%) e religiose/spirituali (2%).
Per quanto riguarda i benefici cercati dall’alimentazione prevalgono il benessere generale (30%) e il controllo del peso (28%); seguono quelli legati alla prevenzione e il rafforzamento della salute (24-25%), segno di un’attenzione agli effetti a lungo termine. Anche in questo caso emergono differenze generazionali: i giovani puntano più sul benessere immediato mentre gli adulti si concentrano di più sulla prevenzione di patologie. Negli ultimi cinque anni la crescita dei consumi di alimenti salutari si è concentrata soprattutto su prodotti percepiti come “naturali” e tradizionalmente sani, come frutta secca (42%) e legumi/proteine alternative (38%). La diminuzione dei consumi si è invece registrata maggiormente su salumi e carni lavorate, dolci industriali e carni rosse. Le rinunce riguardano soprattutto bevande gassate, superalcolici e zuccheri. La dieta mediterranea è largamente considerata il modello alimentare più salutare (79%), distanziando ampiamente tutte le alternative. Tuttavia, accanto alla sua centralità, una quota non trascurabile la considera sana ma in parte superata (24%), segnale, soprattutto tra i più giovani, di apertura verso modelli alternativi. Il Made in Italy tra tradizione e salute si identifica soprattutto con l’olio Evo (64%) e la pasta (54%).
Le scelte salutistiche si traducono più facilmente in comportamenti alimentari concreti quando sono percepite come basate su evidenze scientifiche (46% frequenti, solo 10% rari). Al contrario, quando sono attribuite a mode e tendenze, risultano più deboli e discontinue (29% frequenti, 25% rari).
Le fonti di informazione su alimentazione e salute ritenute più affidabili sono quelle istituzionali (83%), seguite da libri (77%) e siti specializzati (75%). I media tradizionali si collocano su livelli intermedi di fiducia (giornali e TV al 63%). Bassa la credibilità dei social media (35%). I medici/nutrizionisti si confermano la principale fonte di influenza in tema alimentare (89%). Influencer ed esperti hanno comunque un ruolo rilevante (56%), soprattutto tra i giovani, evidenziando nella costruzione dei comportamenti alimentari un’integrazione tra fonti tradizionali e canali digitali. Tra le fake news più segnalate ci sono i pseudo consigli sui 12 alimenti da evitare per non ammalarsi di cancro e i cinque cibi per guarire dal diabete.
Infine, la ricerca ha posto l’attenzione alle strategie di marketing adottate dal settore, che sono soprattutto le promozioni e gli sconti in store (56,4%) nonché il visual merchandising (50,8%). Circa la metà delle imprese (49,9%) valuta che quelle messe in atto siano efficaci per il buon andamento del proprio punto vendita. A fronte di un impegno medio di spesa del 5% del fatturato destinato al marketing in store, il 52,7% delle imprese ha riscontrato un aumento sui ricavi negli ultimi 12 mesi, ma solo 5,6% ha realizzato incrementi percentuali molto superiori a quanto investito. La grande sfida si chiama posizionamento: cioè la riconoscibilità tra i consumatori e la competitività nel mercato, che attiene, soprattutto, ai motivi che spingono a comprare in un negozio piuttosto che in altra parte.
Riccardo Zanchetta, presidente Fida Veneto, ha così commentato l’analisi dello studio: "I dati presentati oggi dimostrano che le nostre botteghe storiche e i negozi alimentari di vicinato si trovano a un bivio fondamentale. Le abitudini degli italiani stanno cambiando rapidamente: i giovani cercano soluzioni veloci e funzionali ma pongono grande attenzione agli ingredienti, mentre i più adulti chiedono qualità e legame con il territorio. Di fronte a questa frammentazione dei consumi e all'incertezza generata da troppe informazioni errate sul cibo, il dettagliante non deve limitarsi a vendere un prodotto, ma deve evolversi in un punto di riferimento formativo e informativo per la comunità, diventando sempre di più il dettagliante di fiducia. Fida Veneto è al fianco dei suoi associati per fornire gli strumenti di marketing, formazione e innovazione necessari a trasformare queste sfide in nuove opportunità di crescita”.
Pierluigi Ascani, presidente Format Research, ha aggiunto: "L'analisi demografica e sociologica del mercato alimentare ci mostra una polarizzazione netta dei comportamenti di acquisto. Da un lato abbiamo la necessità primaria di tutelare il potere d'acquisto, dall'altro la forte richiesta di prodotti orientati al benessere personale. Le imprese del dettaglio specializzato e alimentare che riescono a intercettare questo bisogno, posizionandosi in modo chiaro e differenziato rispetto alla grande distribuzione, sono quelle che continuano a generare valore e occupazione. La chiave per la “bottega del futuro”. sta nella capacità di unire la tradizione dell'accoglienza e della qualità con una gestione manageriale e di marketing in-store moderna ed efficace”.
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